lunedì, 28 Aprile 2008

Relazione Coordinamento Regionale

https://pdsd.it/59
Gli obiettivi da raggiungere con la campagna elettorale erano due: – mantenere la guida del Governo della nazione con una maggioranza più coesa e sicura nell’attuazione del programma proposto agli elettori; – completare con un significativo consenso degli elettori il progetto della costruzione del Partito Democratico come grande partito del riformismo italiano. Il primo obiettivo si è rivelato impossibile. Si era sedimentato nell’opinione pubblica l’idea di una inadeguatezza del nostro schieramento ad assicurare una guida stabile al paese, dopo l’esperienza della legislatura 1996-2001 e di questi venti mesi di governo. Del resto si partiva da un livello di consenso molto basso ed occorre ricordare che purtroppo nonostante le cose positive fatte dal governo Prodi fin dalle prime settimane di Governo si era rotto un rapporto con il paese, con una discesa costante dei giudizi positivi rilevati in tutti i sondaggi: dall’indulto, alla finanziaria, alle politiche fiscali, alla rissosità della maggioranza di cui sono stati costanti protagonisti i gruppi minori. La campagna elettorale non è riuscita a rovesciare questo giudizio consolidato nel paese, né il Partito Democratico nel breve tempo a disposizione poteva essere in grado di ricostruire un rapporto di fiducia con la maggioranza del paese. Il secondo obiettivo è stato raggiunto. Vi è ora un partito riformista della dimensione paragonabile ai partiti riformisti degli altri paesi europei, con un profilo programmatico innovativo e adeguato ad aprire un discorso con l’opinione pubblica del paese che vuole guardare con fiducia al futuro. E’ naturalmente aperta la discussione politica sulle prospettive politiche del dopo, se possa essere considerato soddisfacente un risultato che non raggiunge quel 35% di consensi che era l’obiettivo da cui siamo partiti, sul perché non si è andati molto al di là della somma dei due partiti fondatori con il prosciugamento del bacino elettorale della sinistra arcobaleno. Quello che è certo tuttavia è che grazie all’iniziativa coraggiosa del partito Democratico esce dalle elezioni un sistema politico profondamente ristrutturato e semplificato ponendo le premesse di una maggiore stabilità così necessaria per la governabilità del paese. L’altro elemento di certezza è che se non ci fosse stata questa forte innovazione la presentazione di una lista come Unione avrebbe consegnato al centrodestra una maggioranza di voti mai prima conosciuta e una sconfitta per noi di natura strategica e senza prospettiva. Luci e ombre del risultato veneto I risultati nel Veneto si prestano nella loro variabilità anche territoriale e alla luce della fortissima avanzata della Lega a analisi che non devono fermarsi alla superficie. Perciò nelle prossime settimane approfondiremo l’analisi dei risultati avvalendosi dell’apporto di esperti, avviando dei focus group e utilizzando l’analisi che dovranno essere svolte dai coordinamenti provinciali. In sintesi il Veneto registra un importante avanzamento nel voto del Senato dove si raggiunge il 27,2% con un incremento di 3,8 punti rispetto al 2006, dato tuttavia che scontava l’effetto negativo di una presentazione disgiunta delle liste Ds e Margherita. Alla Camera si registra una lieve flessione di 0,2 punti attestandoci sul 26,5%. Il dato è composto di una flessione più accentuata in Veneto 1 (-0,5%) e una crescita in Veneto 2 (+ 0,4%). In valore assoluto (che è il dato da non trascurare mai) guadagniamo 87.026 elettori al Senato e ne perdiamo 36.324 alla Camera nel complesso delle due circoscrizioni. Il dato è molto variabile nelle province, con incrementi (+1% a Belluno, +0,8 a Venezia) e flessioni (-1% a Padova, -1,4% a Rovigo, territori dove la lega aveva un insediamento più debole ed in cui più sensibile è stato l’incremento. Il dato è molto positivo nei comuni capoluogo dove diventiamo dappertutto il primo partito, con incrementi (tranne Rovigo) tra i due e i tre punti percentuali. Ricordo il risultato veramente significativo delle elezioni amministrative di Vicenza in cui Achille Variati arriva con un riscontro importante al ballottaggio con buone possibilità di giocare la partita. Certo non ha giovato l’accorpamento amministrative/politiche. La rappresentanza che portiamo in parlamento è comunque cospicua. Avevamo 24 parlamentari uscenti, ma di questi solo 15 erano espressione territoriale del Veneto e i 9 nazionali, con l’eccezione del sen. Morando non avevano svolto alcuna attività politica in Veneto. Con queste elezioni manteniamo una rappresentanza di 23 parlamentari, includendo in questa il sen. Treu eletto in Lombardia, recuperando due seggi alla Camera lasciati dalla sinistra arcobaleno. Di questi solo quattro parlamentari non sono espressione di un legame territoriale e comunque tutti indistintamente hanno fatto campagna elettorale in Veneto e intendono mantenere un rapporto forte con il territorio. Non ritorno sulla questione della formazione delle liste, che è già stato oggetto di un dibattito nel coordinamento regionale. Vi è stato un eccesso di centralizzazione nelle composizione delle liste che ha portato alla esclusione di parlamentari che avevano bene operato in rappresentanza del territorio e con competenze specifiche che sarebbero servite anche nel nuovo parlamento. Penso che sia dovere del partito regionale trovare il modo di utilizzare al meglio esperienze e competenze che non vanno disperse. E’ certamente grave il fatto che Rovigo sia rimasta senza rappresentanza parlamentare. Per poche centinaia di voti non si è potuto raggiungere il risultato del nono senatore che era nelle ragionevoli previsioni e che è saltato per il successo imprevisto in queste dimensioni della Lega. Non è stato possibile ottenere un diverso meccanismo delle opzioni per recuperare un seggio a Rovigo, essendo questa volta le opzioni state definite preliminarmente e gli interventi fatti a livello nazionale non hanno trovato disponibilità, ottenendo la stessa risposta negativa a richieste avanzate in altre regioni in cui si erano realizzate condizioni simili. Occorre che vi sia una assunzione di responsabilità da parte dei parlamentari eletti a garantire una rappresentanza degli interessi territoriali del rodigino (alcuni parlamentari hanno già manifestato al disponibilità a garantire questa funzione) e anche in questo caso occorrerà trovare il modo di valorizzare anche nel partito il gruppo dirigente di Rovigo. I limite all’espansione del consenso Nella analisi del voto penso che sia importante anche mettere in luce gli aspetti positivi. Il realismo dell’analisi è necessario, evidenziando tutte le difficoltà, e tuttavia per rispetto alle migliaia di militanti che hanno lavorato in modo del tutto volontario per far giungere sul territorio il messaggio del PD occorre anche evidenziare che la battaglia combattuta in un contesto molto difficile ha ottenuto risultati che comunque consentono al PD del Veneto di esserci e di esserci in modo diffuso. I risultati vanno misurati in un contesto che ha visto una esplosione della Lega con una capacità di drenare voto a 360 gradi: basti pensare che il PdL ha perso un terzo dei propri voti per capire la profondità del mutamento degli orientamenti elettorali e che Italia dei valori ha raddoppiato i propri voti, incidendo su un insediamento elettorale che si sovrappone a quello del PD. Vi sono dei fattori specifici che hanno fatto da barriera ad una possibile espansione del consenso nei nostri confronti. Ne ricordo qui quelli che a mio avviso sono emersi con più evidenza in campagna elettorale. Il primo è il giudizio sul governo. Il governo delle tasse ed il governo dell’indulto. Così è stato percepito anche da una parte dei nostri elettori. Le cose innovative e chiare che il programma diceva su questi temi sono state annullate dalla memoria delle dichiarazioni di nostri esponenti di governo che erano rimaste ben sedimentate. Il viceministro Visco a Venezia: “i veneti sono consustanzialmente statalisti e evasori fiscali”, il ministro Ferrero: “il problema della sicurezza in Veneto è un problema inesistente”. Abbiamo pagato il prezzo di politiche positive. Ad esempio l’avvio di un serio processo di liberalizzazione ha suscitato una organizzata azione di contrasto nei nostri confronti da parte di organizzazioni professionali che in modo capillare hanno svolto una azione contraria. Ha pesato anche la percezione che il governo Prodi si sia molto occupato di questioni minoritarie nell’opinione pubblica non riuscendo a porre al centro della propria azione i problemi della parte più debole della popolazione. Alla fine l’elemento fondamentale che ha condizionato la capacità espansiva del PD nel Veneto come in Italia è stata la scarsa credibilità delle affermazioni programmatiche innovative dopo l’esperienza di governo. Il secondo è una certa stanchezza di un nostro elettorato tradizionale, rilevato da molti nostri militanti che hanno fatto il porta a porta. Una stanchezza fatta da una delusione sull’azione di governo e una incertezza rispetto ai tanti cambiamenti fatti. Le innovazioni profonde possono portare interesse di fasce nuove di elettorato ma possono anche allontanare elettori tradizionali. Abbiamo parlato molto di partecipazione tra ottobre e febbraio, ma abbiamo un po’ trascurato i contenuti della proposta politica che attraversa le concrete condizioni di vita degli elettori. Il terzo è il già ricordato richiamo della proposta leghista che ha interessato fasce anche del nostro elettorato. Anche se non è condiviso da tutti gli studiosi una parte degli analisti ritiene che ci sia stato un considerevole passaggio diretto di elettori dal bacino elettorale della sinistra arcobaleno a quello della Lega. E’ un fenomeno che si era già rivelato in modo imponente in occasione delle elezioni amministrative di Verona. E’ importante sottolineare che la lega è riuscito a sommare sia un voto di protesta per le politiche nazionali sia un voto legato all’ormai diffuso controllo di amministrazioni locali che assicurano un cospicuo insediamento territoriale e una gestione di risorse economiche e di sistemi di relazione. Il quarto è un flusso di voti più consistente qui nel Veneto di quanto previsto verso l’Udc. L’Udc ha lasciato molti dei suoi voti a destra, ma ha intercettato una parte di voti al centro che erano nel nostro bacino elettorale. La scelta di alleanza con il partito Radicale ha disturbato molto frange di elettorato che fa capo al mondo cattolico organizzato che avevano sempre guardato con simpatia al centrosinistra ma che non hanno compreso il significato di questa scelta. Guardare in faccia alla realtà Si pone ora il problema di come affrontare questa nuova fase della politica italiana. Un Pd all’opposizione, una maggioranza numericamente forte (in parlamento e nel paese) ma con molte contraddizioni interne che dovremo saper utilizzare. Partiamo da tre elementi di cui dobbiamo essere consapevoli e che offrono spazi di lavoro politico. Il primo: dobbiamo persuaderci che in sostanza il centrosinistra non è mai riuscito nella c.d. seconda repubblica ad avere la maggioranza dei consensi degli elettori italiani. Nel 1996 vinvemmo per le divisioni Polo delle libertà/Lega che si presentarono divisi ma insieme presero 19 milioni di voti rispetto ai nostri 16. Nel 2001 perdemmo, nel 2006 ricordiamo che prendemmo 400.000 voti in meno al Senato e 25.000 voti in più alla Camera, ma la Lista Panto da sola ne fece 90.000. Il secondo: il centrosinistra, e ora il PD, ha il problema di riuscire realmente a capire il paese come è fatto e riuscire ad interpretare i movimenti profondi del paese. Abbiamo spesso una idea troppo elitaria e poco in sintonia con il popolo dei fenomeni sociali. Magari ci arriviamo tardi e con linguaggi sbagliati. Alla fine le difficoltà del rapporto con l’opinione pubblica del governo Prodi sono state principalmente in un clamoroso errore nell’impostazione dell’agenda delle priorità: valga per tutti l’esempio del dibattito prolungato sui Dico, mentre le condizioni delle concrete famiglie italiane peggioravano rapidamente sotto al pressione dell’aumento delle derrate alimentari, dei costi dei servizi, ecc. Riusciamo a dire poco di fronte alle paure di un paese inquieto alla presa con fenomeni sconosciuti che incidono fortemente sul benessere dei cittadini e facciamo fatica a dimostrare di avere le ricette giuste per affrontare problemi così grandi. Diventano perciò più efficaci gli appelli alle paure del centrodestra. Il terzo: non si può assolutamente sottovalutare il risultato della Lega, anche perché l’incremento di un voto di opinione si accompagna sempre di più ad un insediamento territoriale e amministrativo che rende quel voto più strutturato. Tuttavia stupisce che anche grandi opinionisti non abbiano mai ricordato nei loro commenti che la Lega nel 1996 presentandosi da sola prese il 10,8% a livello nazionale con 4 milioni e rotti di voti e che nel 2001 presentandosi insieme nella coalizione di centrodestra calò a 1,7 milioni di voti, pari al 4,58%. Oggi prende 3 milioni di voti, 1 in meno del 1996, e li prende di fatto in contrapposizione al PdL, accentuando i caratteri di differenziazione programmatica, sui due grandi obiettivi della sicurezza e del federalismo. Contrae un mandato molto forte e molto forte potrebbe essere la delusione (più di quella del 2006) in caso di insuccesso. Dunque c’è un lavoro da fare che riguarda il posizionamento politico/programmatico del PD e la capacità di intercettare elettori che saranno delusi dall’azione del governo. E’ un lavoro di prospettiva che richiede tempo, continuità, ancora capacità innovativa, radicamento popolare, comprensione culturale del paese. Cosa fare nel Veneto? E’ ritornato in questi giorni sulla stampa la questione del cosiddetto Partito del Nord. Credo che noi abbiamo un dovere di chiarezza e sincerità con l’opinione pubblica. Quando parliamo di Partito del Nord, a maggior ragione se lo fanno personalità autorevoli come Cacciari e Cofferati, la maggior parte dell’opinione pubblica comprende che noi proponiamo un partito che sostituisce nel Nord il Partito democratico. Coltivare questo equivoco è un danno grave per la nostra credibilità. Sono contrario a una ipotesi di questo tipo per diversi motivi. Il principale è che un partito dal Piemonte al Friuli che sostituisse in questi territori, dall’enorme peso demografico ed economico, il Partito democratico avvierebbe un processo centrifugo anche negli altri territori (potrebbe esistere un PD senza un terzo dell’Italia) che farebbe venir meno una proposta nazionale del riformismo italiano. Ad una alleanza tra un grande partito nazionale, appartenente alla famiglia dei popolari europei, ed un partito territoriale (che aspira però a diventare partito nazionale) nel centrodestra si contrapporrebbe una frammentazione politica nel centrosinistra. Siamo appena usciti da un eccesso di frammentazione politica in direzione di un sistema di rappresentanza più maturo affidata a pochi grandi partiti, pensiamo che la via d’uscita sia il ritorno ad una frammentazione questa volta territoriale? Tra l’altro i temi caratteristici della questione del Nord sono temi che richiedono una soluzione nazionale: federalismo, fisco, qualità della spesa pubblica, infrastrutture strategiche europee, semplificazione burocratica, efficienza delle grandi agenzie nazionali per la formazione, la ricerca, l’innovazione, legalità e sicurezza ecc. richiedono politiche nazionali in cui l’agenda del Nord sia al centro. E sono le politiche che servono anche al Mezzogiorno, per trasformarlo da peso in risorsa. Ora poi che nel PD si è affermato un profilo programmatico in sintonia con le ragioni del Nord (mi domando quali parole avremmo aggiunto o tolto dal programma nazionale se fossimo stati un partito del Nord) troverei singolare indebolire questo approccio ai problemi nazionali togliendo a Veltroni il supporto dei democratici del nord. Se invece sulla questione della forma partito si intende un partito a impianto federale capace di scegliersi – come ha detto Cacciari – in piena autonomia programmi, gruppo dirigente, alleanze, allora questa opzione è pienamente condivisibile e su questa linea dobbiamo lavorare. Anche in questo caso tuttavia non è accettabile che si faccia capire all’opinione pubblica che questo obiettivo non è compreso dai gruppi dirigenti nazionali e che gli stessi segretari regionali non se ne fanno carico. Ci sono battaglie fatte e vinte. Chi è dirigente non può ignorarle. Abbiamo uno Statuto nazionale che è figlio, come sanno i costituenti che hanno fatto parte della Commissione Statuto, di battaglie fatte e vinte. Dice l’art. 12 del nostro statuto, lasciando stare la definizione dell’art.1 in cui si afferma che il Partito Democratico è un Partito federale: “Ai competenti organi delle Unioni regionali e delle Unioni provinciali di Trento e Bolzano, nonché agli organi locali, è riconosciuta autonomia politica, programmatica, organizzativa e finanziaria in tutte le materie che il presente Statuto non riservi alla potestà degli organi nazionali, comprese le alleanze politiche ed elettorali a livello regionale, provinciale e comunale. Gli organi nazionali intervengono negli ambiti riservati ai livelli regionali, delle province autonome e locali soltanto se e nella misura in cui gli effetti della loro azione possono pregiudicare i valori fondamentali del partito definiti dal Manifesto e dal Codice etico. “ L’art. 35 prevede che il finanziamento pubblico per le elezioni regionali venga trasferito interamente ai livelli regionali. Dunque dal punto di vista giuridico il Partito Democratico ha scelto senza incertezze il modello di un partito federale e questo abbiamo il dovere di far sapere agli elettori sensibili su questi temi (che sono meno di quello che sesso crede il gruppo dirigente). Non è più un problema giuridico, è un problema politico di inverare questo modello nella pratica quotidiana. Ad esempio nella formazione delle liste vi è stato un eccesso di centralismo e di criteri molto vecchi che hanno nuociuto alla credibilità della proposta del partito democratico. Ma anche questo è un problema superato dallo statuto: lo strumento delle primarie, previsto dallo statuto impedirà il ripetersi di una procedura censurabile anche in mancanza di una modifica della legge elettorale con l’introduzione del voto di preferenza o di collegi in cui sia possibile la competizione tra singoli candidati e la scelta degli elettori. Punti di azione politica per il partito veneto Dobbiamo ora sfruttare le scelte positive già fatte, andando in profondità nell’attuazione del partito federale, concentrandosi di più sulla sostanza e non enfatizzando eccessivamente aspetti puramente formali che riguardano più il ceto politico che la domanda di concretezza e di rappresentanza dei bisogni della vita quotidiana che manifesta l’opinione pubblica. La fase di impianto del partito è già stata caratterizzata da elementi importanti con le elezioni primarie degli organi del partito e l’insediamento dei coordinamenti dei circoli. La fase si è interrotta con la campagna elettorale, dobbiamo ripartire sviluppando ciò che si è iniziato. Propongo alcuni punti su cui sviluppare l’iniziativa politica. Il profilo programmatico del PD Veneto. Un lavoro prezioso è stato già svolto dalla Commissione Manifesto dei Valori, che ha predisposto un testo che dovrà essere sottoposto all’esame e alla approvazione dell’Assemblea regionale. E’ un filone che va approfondito con un lavoro costante e metodico. Elaborazione scientifiche sul tema del Nord e del nord est in particolare offrono molti elementi per impostare il lavoro politico. Dobbiamo sviluppare l’iniziativa del forum “il Veneto che sarà”, in direzione di una possibile “Fondazione” che sostenga con continuità la riflessione culturale e programmatica del partito. Occorre concentrare maggiormente l’iniziativa regionale, provinciale e a livello di circolo su alcuni pochi punti programmatici che hanno costituito l’ossatura della proposta del PD e che devono diventare elementi distintivi per il Partito Democratico nell’opinione pubblica. I temi della semplificazione burocratica e della buona amministrazione, del federalismo fiscale, della lotta agli sprechi ed alla qualità della spesa pubblica, una nostra originale proposta su sicurezza e legalità, la modernizzazione infrastrutturale con l’ambientalismo del fare, una proposta innovativa per la tutela dei ceti più deboli ed un welfare basato sui nuovi bisogni, le opportunità per i giovani e la lotta alla precarietà sono solo esempi di un discorso politico che va declinato in modo non generico, trovando alleanze sociali e strade per penetrare nella opinione pubblica. Per questo lavoro va utilizzato lo strumento del coordinamento dei partiti regionali del Nord che avrà una sua prima riunione il 9 maggio prossimo. L’utilizzo più efficace della nostra presenza istituzionale. Gruppo Parlamentare, Gruppo in Consiglio regionale, Sindaci, presidenti di provincia e Amministratori locali: abbiamo presenze rilevanti che spesso lavorano in modo distaccato e non coordinato. E’una massa di iniziativa politica che va meglio sfruttata e organizzata. Abbiamo già avviato un lavoro con tutti i parlamentari per una efficace distribuzione nelle Commissioni Parlamentari e per un coordinamento delle iniziativa. La situazione di crisi strisciante della Giunta Regionale è destinata a proseguire ed apre spazi di iniziativa forti per il nostro gruppo. Amministratori locali possono diventare protagonisti di una azione coordinata nei confronti dell’opinione pubblica sia in positivo per le iniziative di buon governo sia in negativo nel rimarcare le inadempienze che verrano da parte del governo delle destre. Il radicamento territoriale del partito. Occorre portare a compimento il superamento delle strutture precedenti dei due partiti fondatori che spesso ancora si sovrappongono di fatto ad una capacità di iniziativa dei nuovi organismi. Dobbiamo sviluppare un progetto specifico per i circoli, che debbono iniziare a lavorare sui temi concreti della proposta del partito Democratico, aprendosi molto al territorio. Debbono essere i tramite della costruzione di una rete di personalità territoriali competenti e rappresentative che devono diventare l’ossatura portante del partito. Anche le strutture regionali devono essere completate. L’insediamento dell’Esecutivo è avvenuto a ridosso della campagna elettorale d in pratica ha concentrato la sua attività sulle iniziative di campagna, ora è possibile sviluppare d’intesa con i coordinamenti provinciali un programma condiviso sulle singole materie. I forum possono essere completati avviando l’attività di quelli ancora in fase di costituzione. Saranno oggetto di esame ed approvazione i progetti per la scuola di formazione e per la comunicazione che sono stati predisposti dai due gruppi di lavoro. Infine si tratta di completare l’assetto del partito provvedendo agli adempimenti statutari previsti da parte della Assemblea regionale: approvazione del Manifesto dei valori e dello Statuto regionale e elezione del Coordinamento regionale, superando l’attuale assetto provvisorio. Conclusioni Il lavoro che ci attende è impegnativo. Girata la pagina delle elezioni politiche ci attende il prossimo anno un importante turno di elezioni amministrative e quello delle elezioni europee. L’anno successivo le elezioni regionali. Dobbiamo insieme tenere aperta la fase costituente del partito, utilizzando e valorizzando le energie ancora non strutturate che comunque si sono messe in circolo con le elezioni politiche, la disponibilità di molti a contribuire nell’elaborazione del profilo programmatico del pd veneto. Nello stesso tempo occorre però che nel territorio si radichi con forza una struttura di partito, con la sua vita democratica, le sue regole, la valorizzazione della militanza, la capacità di farci riconoscere come soggetti vivi nelle comunità locali.

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